Iqbal Masih Testimonianza di lotta per la Giustizia


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Iqbal aveva appena quattro anni quando suo padre decise di venderlo ad una fabbrica di tappeti a Punjab, perché erano costretti a pagare un debito contratto per finanziare il matrimonio del figlio maggiore.

Per saldare il debito, il bambino Iqbal lavorò per più di dodici ore al giorno guadagnando una rupia al giorno. Ma purtroppo, con gli interessi altissimi, il debito non diminuiva mai.

A 10 anni Iqbal, assiste ad una manifestazione sui diritti umani e da allora la sua storia cambiò: ebbe la libertá con l’aiuto del Fronte di Liberazione dal Lavoro Forzato e comincia a lottare attivamente contro il lavoro cautivo.

Ad aprile di 1995, a 12 anni, Iqbal viene ucciso a Lahore. La mafia dei tappeti é stata accussata di questo crimine.

Storia estesa di Iqbal Masih

IQBAL É VENDUTOIqbal Manifestación

E ‘iniziato nel 1986. E le battute dei loro parenti più stretti sul futuro coniugale di Aslam  si moltiplicavano … Compiuti i 22 anni, Aslam,  per sua madre, doveva formare una sua casa. Robusto, di aspetto rozzo e poco loquace, il figlio maggiore nato dal suo primo matrimonio dovrebbe avuto trovare l’anima gemella più tardi. Ma le sue modeste origini e le sue trenta rupie penosamente acquisite in una fornace vicina non erano molto seducenti.

Con meno di mille rupie, il fratello maggiore rimase scapolo. L’ inarrestabile numero di sacrifici che ogni famiglia di Pakistan doveva realizzare  per sposare i figli grandi e garantire una discesa d’onore, aveva attivato presso l’abitazione di Inayat Bibi, una sete sfrenata di rupie.

Nel subcontinente indiano, gli intoccabili portavano come una croce  il peso  di antiche usanze. Milioni di persone che vi abitano,  nel corso dei secoli si sono convertiti al cristianesimo per sfuggire l’ignominia delle caste superiori.

Suo figlio Aslam cominciava a superare una fase critica in cui il suo successo poteva incidere su di loro. Anche i suoi due fratelli minori, Iqbal e Patrasso, dovevano essere solidali con il fratello maggiore. Tanto la madre come i loro vicini si erano aggrappati a preparare il matrimonio dei loro figli, questa povera contadina di Haddoquey  non era in grado di capire  l’essere esente da questo obbligo: per raccogliere una somma considerevole per consentire al figlio di costruire una casa o l’acquisto di terre prima del matrimonio ardentemente desiderato.

E così è stato che Iqbal fu venduto. Il più piccolo dei tre figli di Ynayat Bibi , Iqbal debole, che le donne del villaggio sono state abituate a vederlo ogni giorno portare acqua ai loro vicini in pesanti bidoni di acqua chiara, aveva giá più di sei anni. Forse aveva più di 10 anni, se ci affidiamo alla data di nascita del 1983 che la  madre diede al sacerdote di  Haddoquey, José Luis, al battesimo della sua sorellina Soby.

Ma guardando il piccolo Iqbal, piegato dal peso del carico, la sua statura era paragonabile a quello di un  bambino di quattro o cinque anni, nulla sarebbe più rischioso di indovinare la sua età. D’altra parte, che importanza ha?

Per Inayat, Aslam doveva sposarsi  presto e lui stesso non cessò mai di lamentarsi. Iqbal doveva aspettare avere l’etá per seguire l’esempio di altri bambini nati in famiglie povere del Punjab: l’età di diventare uno schiavo.

L’INTRATTABIL

In questo feudale Pakistan, dove i più poveri hanno solo le loro braccia e quelle dei loro figli per mangiare e vivere, il fatto che una madre divorziata, inoltre, consideri di vendere suo figlio piccolo per consentire un altro dei suoi rampolli costituire una casa é una cosa usuale. Inayat Bibi sapeva di poter ottenere dal futuro padrone di Iqbal,  in cambio del lavoro svolto il tradizionale ‘paishgee’, una sorta di prestito per il quale erano  vendute le generazioni future in cambio di un importo da restituire attraverso il lavoro. Come la usura più tradizionale, il finanziatore non voleva essere rimborsato l’importo che, preferendo rifinanziare una volta ancora, cosí la schiavitù era perpetuata mentre i lavoratori avevano la capacità di lavorare; se si ammalava il suo stipendio non era detratto dall’importo.

Da diverse generazioni la famiglia Masih, viveva, come molti altri, in attesa di quel momento di sollievo che era la partita del figlio maschio, all’officina, la fornace o in campagna. Per questi gruppi di lavoratori retribuito, privati da molte generazioni dalle loro terre ancestrali, le ‘paishgee’ ottenute attraverso la vendita dei loro figli, incarnava un sollievo a breve termine ed uno sbocco alla miseria perpetua. Non c’era un’altra possibilità; nemmeno concepivano l’idea che da qualche parte si poteva vivere in un modo diverso.

I debiti contratti  pesavano come una spada appesa sopra la testa del bambino venduto. Il proprietario poteva sfruttare il ragazzo fino alla sazietá per recuperare l’importo del loro prestito. Perfino concedendogli qualche volta un diritto di vita o di morte. Inaya Bibi sapeva che il fatto di chiedere il prestito al futuro padrone di Iqbal, faceva diventare al bambino vulnerabile alle sue peggiore esigenze . Ma c’è un’altra possibilità? Il cristianesimo predicava l’uguaglianza molto lontana dall’esperienze delle sette, ma fino a che punto arrivava questa uguaglianza? Quando arriverebbe?

Secondo l’usanza, i padroni recuperaravano il denaro prestato scontando la metà dello stipendio mensile concordato con i loro schiavi operai. Questo costringeva a quest’ultimi a rimanere al loro servizio fino al rimborso totale del debito originario. Colui che aveva il coraggio di lasciare il suo datore di lavoro senza prima aver rimborsato l’importo del loro ‘paishgee’ commetteva un errore che lo segnava per sempre. I padroni si rallegravano di vedere le famiglie dei suoi schiavi chiedere nuovi importi prima che la misera paga avesse redento il debito precedente. Pertanto, di norma il ‘paishgee’ non era ammortizzato mai.

Ammalata gravemente e costretta a comprare molti farmaci, la madre di Iqbal cercava, al contrario, vendere il più velocemente possibile al suo piccolo, come lo aveva fatto prima con il figlio maggiore Aslam, al proprietario della fornace dove il futuro marito si era ammazzato a lavorare da quando aveva 8 anni.

Inayat a quel tempo, aveva venduto suo figlio maggiore con la conoscenza dei fatti, lei sapeva che Aslam si sarebbe consumato ogni giorno girando i mattoni cotti dal sole, prima di sovrapporle in modo circolare attorno al forno acceso. Il lavoro lo faceva in fretta ed il proprietario aveva offerto per suo figlio, cualque rupia in più rispetto ai suoi concorrenti più diretti.

DA SHAUKAT AD ARSHAD

Il primo padrone del suo giovane figlio Iqbal, si chiamava Shaukat. Quest’inquilino di una piccola officina di tessitura, vedendo questo bambino malaticcio, dall’inizio fissó delle regole drastiche: salario più basso rispetto ad altri, nessun limite d’orario e nessuna possibilità di lasciare un certo tempo per allungare le gambe. Nonostante i timori che Inayat aveva sulla salute del suo bambino, Iqbal rimase al servizio di Shaukat, aveva grandi debiti da pagare al proprietario.

Tre mesi dopo il contratto del bambino giá aveva subito il trattamento crudele di Shaukat. Quando la sua salute è migliorata leggermente Inayat ha cercato per suo figlio un nuovo datore di lavoro.

Imparata la lezione per l’esperienza con Shaukat, mandó il suo piccolo con un datore di lavoro di nome Kalu, ma finí per portarlo fuori di lì. Al terzo tentativo la madre di Iqbal  credette di avere finalmente trovato un datore di lavoro adatto. Fu Sardar, lo zio nano del ragazzo, ad averlo segnalato.

Il datore di lavoro Arshad Mahmood, era come al solito, seduto all’ombra nel recinto della sua bottega, quando Inayat Bibi si presebtó lì. La madre si alzò presto e preparó con cura il figlio, lisciandogli i capelli sottili con un pó di gel e lo fece indossare per questa occasione,  l’unico paio di sandali di cuoio nuovi. Arshad era, secondo Sardar, la reputazione di un uomo onesto e buono. Oltre al suo aspetto accogliente, il suo sguardo era in contrasto con gli sguardi torvi dei capisquadra normali. Piú che altro lui era diverso dagli altri, di solito presi dal alcol o dalle droghe.

IL REGNO DI INTERMEDIARI

Come la maggior parte dei padroni tessitori, Arshad non hanno avuto i quattro telai per tessere workshop. Rafik era socio e dipendente da un Lahore all’ingrosso. Rafik uniti da un contratto orale, Arshad era l’ultimo anello di questa complessa catena di intermediari caratteristica del settore al-tappeto in Pakistan.

Come tutti i modelli di mulini filato, Arshad è stato inflessibile con il tempo concesso i salari dei lavoratori. Convinti i vantaggi di ‘paishgee’ e autorevolezza che questo tipo di contratto sia su bambini e uomini hanno ricevuto Ina-Yat. Arshad co-Menz a negoziare con la madre ‘paishgee’, che assicura al bambino un diritto perpetuo. Per un primo prestito di cinquecento mila rupie (circa seimila pesetas) e con la certezza che Inayat può, in qualsiasi momento di utilizzare altri prestiti se il lavoro di tuo figlio è stato soddisfacente, l’uomo d’affari esperto in prestito il bambino . Egli ha promesso di istituire un salario mensile di un centinaio di rupie, e potrebbe aumentare se I-reciera. Quattro i salari cento pesetas ‘; cento almeno rimborsare il prestito. Per il momento è stata una schiava per due anni e mezzo senza interruzioni. Qualsiasi nuova malattia prestiti o prolungare la schiavitù.

LA MINACCIA DEL DEBITO

Questo ingranaggio durerebbe realmente più di cinque anni. E con le esigenze della familia, il paishgee non smetteva di crescere mentre aumentevano i prestiti di Inayat: cuattromila rupie il primo anno, seimila il secondo… Il debito contratto sulle spalle del bambino continuò crescendo con il matrimonio di Aslam.

Secondo i desideri della madre, il fratello maggiore di Iqbal potette soddisfare le sue necessità acquistando, prima di sposarsi, tre mura di mattoni ricoperte di latta dove poteva vivere. Ma altre spese continuarono ad assorbire il misero stipendio del bambino. Cominciando con l’affitto della modesta casa que si trovava nel cuartiere di Ghauzia Colony, in centro ad Haddoquey. Era una stanza occupata da Inayat ed i tre figli che haveva a suo carico: Iqbal, suo fratello Patras e sua sorella piú piccola, Sobya. Una casa a pianterreno, occupata da tre letti di corda ed un cofano di ferro bianco dove metteva i vestiti e gli scarsi oggetti di valore.

A forza di piccoli lavori e come domestica, la madre di Iqbal convinse ad una familia, propietaria di case in affitto, di affittarle la metà della casa che era in fondo ad un cortile che si affacciava sulla strada. Ma dovuto ai suoi probblemi di salute, il carico dell’affitto ricadde su Iqbal.

Arhsad scontava mezza paga di Iqbal per risarcire il debito dei prestiti che chiedeva sua madre, lasciando solamente al bambino una piccola quantità che Iqbal dava a sua madre. Un ingranaggio che peggiorava per la malversazione dell’uomo d’affari di Haddoquey che imponeva ai bambini schiavi dei telai ogni classe di penalità col fine di allungare la durata del rimborso del suo “paishgee”. Il debito arrivò nel 1992 a dodicimila rupie.

UN’ ABILE AUTOMA

Ogni giorno il lavoro del piccolo somigliava di piú a quello dei bambini sfruttati nei distretti rurali di Pakistan, dove ogni fattoria, ogni negozio ed ogni fabbrica erano pieni di apprendisti consegnati al arbitrio del padrone.

Si svegliava ogni mattina prima che le campane del tempio protestante prossimo, suonassero alle quattro del mattino. Iqbal percorreva gli scarsi duecento metri che separavano la sua casa dalla fabbrica di Arshad, dove alcuni suoi compagni dormivano rannicchiati, stanchi dal lavoro. Ogni mattina cominciavano quindici ore ininterrotte di lavoro, dedicate a riprodurre i gesti immemorabili dei tessitori persiani. Iqbal diventó un abile automa, sottomeso alle regole di tutti gli apprendisti di tappeti: un foglio di carta pieno di simboli in “talim” e legata con una corda di fili.

Importato da Iran molti secoli fa, il “talim” è un linguaggio di segni, composto da una decina di lettere ed accenti, destinati ad indicare agli operai analfabeti il colore e il numero di nodi che dovevano effetuare. Un punto era un filo, un’accento grave significava il colore blu, una specie di accento circonflesso designava il colore rosso… La pianta del tappeto era indicata in questi pezzi di carta, dei quali segni e motivi da tessere erano complessi. I tappeti che rappresentavano scene della vita quotidiana o di monumenti celebri, erano necessarie decine di ore per essere trascritti al “talim”. I tappeti normali sono fabbricati con un semplice foglio con una decina di segni. Iqbal si ammazzava ogni giorno costruendo questo tipo di tappeti, fino al punto di sapere a memoria il posto dei fili e dei colori.

Dopo varie settimane nella fabbrica, la sua destrezza non aveva niente da invidiare a quella dei suoi cimpagni. Iqbal sapeva, come i suoi compagni, usare con abilitá i fili.

LAMENTARSI O TACERE

I metodi di questo nuovo padrone erano meno brutali. La situazzione, ugualmente, era molto grave. Era un’altro modo di sfruttamento, probabilmente piú efficace, ma almeno non ricorreva sistematicamente al maltrattamento fisico.

Con il suo primo datore di lavoro Shaukat, Iqbal aveva imparato ad adoperare abilmente la lama ed il suo inseparabile seguace, il “kangi”, un pettine d’acciaio molto affilato con cui gli operai ammucchiavano i nodi stretti sottilmente per dare al tappeto una densità maggiore. Al momento di punire ad un bambino disubbidiente, colpevole di aver perso diversi minuti per correre in strada, Shaukat usava questi utensili per picchiare il bambino, sollevandoli la carne con i pettini di metallo.

A Iqbal li sono bastate solo poche settimane a convincersi. Commentó a sua madre ed a Sardar che Arshad, a differenza di Shaukat, appena usava maltrattamenti sui bambini della fabbrica.

Orgoglioso di conservare ai suoi giovani dipendenti con buona salute, “l’onesto” Arshad preferiva costringere i genitori ad agire con rigore, diminuendo proporzionalmente lo stipendio dei rampolli sotto la sua tutela.

Ma non ci illudiamo, a forza di adoperare i fili e le lame, striate da fistole mai cicatrizzate tutte e due le mani del bambino finirono, in pochi mesi, essendo uguali a quelle di un vecchio contadino. Gli atteggiamenti nel lavoro li avevano impedito di svilupparsi normalmente; la tosse secca, causata dall’inalazione della fine polvere delle fibre, scuoteva il suo debole corpo. Snello e basso dalla nascita, il secondo figlio di Inayat e Saif, soffriva un cronico rachitismo aggravato dalla cattiva circolazione del sangue. I successivi anni nella fabbrica di Arshad hanno servito a consumare di piú il suo corpo. Iqbal, all’età in cui i bambini passano il tempo nel cortile della scuola, dava un quadro desolante, quello di un bambino con un corpo da uomo.

MILIONI DI SCHIAVI

Iqbal, era uno dei tanti di queste legioni di bambini sfruttati, piccole bestiole al servizio di tanti padroni cosí numerosi come ben poco scrupolosi. Nelle fabbriche di filati, nelle fornaci, nelle aziende, nei garage…in gran quantitá.

Le ardue condizioni di lavoro alle quali era sommesso Iqbal nella fabbrica di tessuti rappresentavano il calvario di questi bambini venduti. Oltre tutto erano, probabilmente, meno atroci che in altri luoghi.

L’INFERNO DEI MATTONI

Queste fabbriche fornivano quasi tutte lo stesso spettacolo di operai abbandonati, galleggiando sulla camicia larga e sporca di polvere ed accompagnati da tutta la loro famiglia. Uomini, donne, bambini … tutti impegnati nello stesso compito: assicurarsi il massimo di mattoni in una giornata. Uno spettacolo medievale dominato dalla argilla rosso ocra sulla quale risaltava l’immacolata camicia bianca pulita dei “jamadar” capomastri molto ricchi. Questi mediatori, paurosi e temuti erano contratatti dai proprietari per controllare le vendite di mattoni, per pagare il personale e per occuparsi della contabilitá della ditta.

In queste fabbriche, spesso possedute da piccoli propietari musulmani avidi di guadagni, il sistema del ‘paishgee’ era molto diffuso. Quanto piú producevano più sarebbero stati pagati, si assicurava al nuovo arrivato questo sergente crudele, spesso installati in una baracca costruita lontano dal forno. Frettoloso di intascare il suo ‘paishgee’, l’operaio faceva lavorare al suo fianco, sua moglie e i suoi figli per aumentare all massimo la produttività. Ma né moglie né figli erano inclusi nel contratto. Ingranaggio infernale: Solo il padre, incapace di garantire una remunerazione sufficiente per vivere, aveva la responsabilità di fare lavorare i suoi cari, nelle peggiori condizioni.

La durezza utilizzata dai capomastri verso gli operai era l’immagine quotidiana di queste fabbriche. Dodici ore al giorno sotto un caldo torrido, tutte le generazioni erano presenti attorno al  forno centrale. Dai 4 ai 5 anni, lavoravano dalla mattina alla sera per raccogliere il fango con le mani, tirata fuori da suo propio padre con l’aiuto di uno strumento.

Il lavoro di questi ragazzi, certe volte più piccoli della pila che si trovava lí, consisteva in riempieri di fango i piccoli carrelli  che sua madre o i suoi fratelli o sorelle piú grandi, portavano ad un altro membro della famiglia responsabile della compressione della terra nello stampo di ferro bianco. I mattoni finiti erano sovrapposti orizzontalmente ad asciugare. Il giorno dopo, camminando accovacciati tra le pile, i più giovani, prima di sovrapporle e quando erano asciutti, li portavano uno ad uno attorno al forno. Tra ogni colonna di mattoni si formava una specie di pozzo dove si metteva il carbone per cuocerli.

IL VOLGARE BESTIAME UMANO

Per ogni mattone che non era perfetto, li veniva detratto il salario, o peggio ancora, erano causa di poter trattenerli dei soldi. Cosí come nei laboratori di tessitura, i padroni delle fornaci, usavano spudoratamente ogni tipo di artificio per avere ai dipendenti in una situazione di dipendenza totale.

Ricorrevano a due metodi complementari: facevano contrarre altri prestiti ai suoi operai e giocavano con sottigliezza con l’interruzione dei lavori nella stagione del monsone. Senza lavoro, con l’arrivo delle piogge, le fabbriche chiudevano di forma temporanea. La maggior parte dei lavoratori rimanevano senza risorse per un periodo di 4-8 settimane, durante il quale poteva incrementare la necessità di chiedere dei prestiti.

Certi uomini si impiegavano nel campo un paio di mesi o alla periferia delle città. La stragrande maggioranza aspettava che riaprissero il suo posto di lavoro. Se avevano qualsiasi malattia o qualche infortunio erano costretti a chiedere un prestito al datore di lavoro abituale. Con la conseguenza di continuare in quel circolo vizioso dell’ammontare del debito e del ‘paishgee’.

Essi avevano il divieto di uscire senza autorizzazione, di cure in caso di malattia, di difesa in caso di stupro o altre forme di abuso sessuale o, peggio ancora, suscettibili di essere venduti come volgare bestiame umano dal suo datore di lavoro ad un altra fabbrica di mattoni, aggiungendo al ‘paishgee’ dei lavoratori venduti la sua commissione, che superava a volte migliaia di rupie. L’acquirente faceva lo stesso, aumentando il debito della famiglia che lo scoprivano solo più tardi. Così, la vendita diventa un altro modo di chiudere il circolo vizioso del ‘paishgee’. Se il capofamiglia muore, l’integrità del debito viene trasferito alla moglie ed i suoi figli. E se non sono in grado di fare ogni giorno lo stesso numero di mattoni che suo padre, tutti sono separati, la madre viene venduta da una parte ed i bambini da un’altra. Alcuni proprietari credono che il possesso di una credenziale di queste famiglie dà loro il diritto di abusare sessualmente delle mogli e delle figlie. Altri non esitano a rinchiuderle in prigioni private fino a quando esse non cedano.

L’AVVENTURA DI BHATTA

Il Bhatta Mazdoor Mahaz (Fronte dei lavoratori dei mattoni), una specie di sindacato è stato creato nel 1967 per difendere ai lavoratori delle fornaci. Il suo fondatore, Ehsan Ullah Khan, un giovane studente di giurisprudenza a Lahore, conosceva la storia di un gruppo di lavoratori dei mattoni di Kasur, un distretto feudale del Punjab, vicino al confine indiano. Il più anziano di questi lavoratori, Kula Baba Masih, aveva raccontato la sua sfortuna ed il rapimento di una donna del suo gruppo da parte del suo datore di lavoro. Prendendo il caso, Ehsan Ullah Khan convinse il vecchio a denunciare i fatti e lo fece dichiarare in un tribunale. Un’iniziativa importante, in quanto questa azione legale concluse pochi giorni dopo con la liberazione dell’ostaggio.

Poco tempo dopo, è stato istituito, con mezzi limitati, un gruppo di pressione che riuniva a giornalisti ed intellettuali di sinistra ed un sindacato che univa i lavoratori poveri per difendere i loro diritti. Il Bhatta Mazdoor Mahaz divenne l’unica forza di agitazione e di opposizione che ha lottato in tutto il Pakistan per difendere i lavoratori schiavi. Quest’azione militante ha portato agli associati ed ad Ehsan Ullah Khan, attraverso le province, per mettersi in contatto con il maggior numero di lavoratori, ma gli faceva rischiare seriamente la loro sicurezza personale. Come far capire l’ignominia della schiavitù ad una classe dirigente feudale abituata, dai genitori ai figli, a fare abuso della volontà dei loro dipendenti e dei loro impiegati domestici?

SOLO CONTRO TUTTI

Il compito che ne aveva consacrato ad Ehsan nel 1967 si contrapponeva alle usanze locali. Peggio ancora, la causa che difendevano con entusiasmo, era chiaramente contro l’islamizzazione, accentuata dalla dittatura militare al potere dal 1977. La maggior parte dei cristiani erano stati considerati cittadini di seconda classe, ad eccezione di poche famiglie ricche. La nullitá del suo peso politico gli ha condannati all’impotenza. Le disuguaglianze economiche che soffrivano  manifestava una disuguaglianza sociale che era veduta come normale.

Fin dalla sua istituzione nel 1967, questo “fronte dei lavoratori dei mattoni” è stato fortemente combattuto. E tra i milioni di lavoratori sfruttati che aveva il paese non aveva un nome cosí popolare quanto il suo fondatore, Ehsan Ullah Khan. Con il suo aspetto feroce, era capace di convocare alle masse, quando appellava ardentemente alla liberazione di tutti gli schiavi. Questo figlio di un umile lavoratore delle poste di Punjab, divenne in qualche modo, il ‘Mosé’ di questi milioni di schiavi cristiani oppressi. La sua vita, segnata dai canti emotivi che erano trasmessi oralmente di generazione in generazione, era stata messa di manifesto in una commedia intitolata “ITT o il mattone.” Uno spettacolo destinato ad essere rappresentato in varie città del Punjab con la speranza di sensibilizzare le classi medie facendo vedere come questi uomini erano trattati peggio che se fossero stati animali.

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